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Questo è un post augurale:

una parte di noi in estate sperimenta

uno stacco da lavoro, pensieri, stile di vita

consueti, cosicché settembre diventa un giro di boa,

il mese per ripartire.

Ecco la ragione degli auguri.

 

Questo è un post inaugurale:

in sintonia con quanto scritto, anche questo spazio

di riflessioni su scrittura e comunicazione

riparte.

Partenza che è anche un ritorno a casa,

un po’ come accade a tanti di noi.

Casa che nel frattempo è stata ristrutturata:

la inauguriamo ora,

antica e nuova, perfetta magione per una famiglia in crescita.

 

Questo luogo di vacanza, Scrittura estate, ci ha ospitati

ritemprandoci: grazie ad Alessandro,

Federica, Ferdinando, Marco, Mario, Silvia

che insieme a me e ai passeggeri della rete

hanno condiviso la villeggiatura.

 

Mentre sistemiamo i bagagli, un saluto e un invito

si legano a Emergency,

associazione cui i proventi delle nostre attività editoriali

sono da tempo dedicati.

Il saluto va a Teresa Sarti Strada, presidente di Emergency;

l’invito a chi abbia voglia di incontrare a Firenze

Gino Strada e i volontari dell’associazione:

l’appuntamento inizia martedì 8 settembre

e si protrae fino al 13

per rinnovarsi su temi importanti:

impegno per la pace e solidarietà.

 

 

 

 

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fatelo subito:

l’appello dei tre giuristi nel sito di Repubblica

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“domande diffamatorie”  >>

 

 

 

 

 

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«In tempi di uso politico della paura

dobbiamo ricominciare a sorridere.

Il sorriso da sempre ha un’importanza cruciale,

un valore universale: pensiamo al Budda,

che è sempre ritratto sorridente.

Uno scrittore israeliano che amo molto,

Meir Shalev, ha scritto: «Gli uomini fanno progetti,

gli dei sorridono».

 

Credo che in questo momento storico serva la commedia.

Perché col suo aspetto spiazzante, eversivo,

può aiutarci a trovare soluzioni alla crisi

intesa secondo l’etimologia della parola: cambiamento.

Ci sono studi che mostrano il legame atavico tra il sorriso,

la risata, e le espressioni di paura,

come il digrignare dei denti dei cani.

 

Da qui derivano due tipi di comicità:

quella che rimuove, cancella la realtà,

che asseconda le nostre fobie

(pensiamo alle barzellette sulle donne, i gay, i neri),

ampiamente usata dalla tv.

E quella “rivoluzionaria”, destabilizzante,

con cui si ride di qualcosa che ci riguarda direttamente.

Che ci mette in discussione.

È questo secondo registro che mi interessa

[...]»

 

Gabriele Salvatores, «La Repubblica», 2/8/09

 

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Chi ha detto che agire d’istinto è pericoloso? Perché dovremmo tenere a bada il lato irrazionale della nostra personalità?

Con la “strategia della spintarella” (dall’americano nudge) impareremo a sfruttare al meglio emozioni e impulsi.

Alcuni esempi.

SICUREZZA STRADALE
Una serie di strisce bianche sull’asfalto, sempre più vicine, trasmette la sensazione che la velocità stia aumentando, inducendo a rallentare

TOILETTE di AMSTERDAM
Nei bagni degli uomini dell’aeroporto cittadino è stata incisa una mosca nera in ogni orinatoio, migliorando la mira degli utenti dell’80%

SENSAZIONI OLFATTIVE
Diffondendo profumo di pino silvestre nella stanza cresce del 130% la disponibilità a finanziare un programma di rimboschimento del parco Adamello Brenta

EFFETTO GREGGE
Se sui banchi dei negozi i cibi sani vengono esposti in primo piano rispetto a patatine fritte e hamburger, la gente li preferirà

DEFAULT
Le scelte virtuose vengono incentivate rendendole automatiche, ma con la possibilità di non aderire. È il caso della donazione degli organi

E dopo l’uscita anche in Italia del best seller made in USA “Nudge” (“La spinta gentile”, Feltrinelli) di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, psicologi, sociologi, economisti e giuristi si sono dati appuntamento a Rovereto dal 23 al 27 agosto in un convegno internazionale promosso dalla European Association of Decision Making.

info >> http://portale.unitn.it/cogsci/

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«Ho l’impressione che il Ministro Zaia ed io

non c’intendiamo: forse parliamo due lingue diverse»

scrive Asor Rosa su l’Unità di lunedì,

e il dibattito, ce lo ricorda Alessandro anche qui,

va avanti da un po’: dalla torre di Babele in poi,

l’idioma scalda gli animi, come è comprensibile.

D’altronde capirsi l’un l’altro

per molti è quantomeno un anelito,

per taluni invece uno spiacevole contrattempo,

impegnati come sono a parlare parlare parlare

parlarsi addosso.

 

Tant’è. Così, come ricorda Messori,

nella noia di questo tramestio

vale la gioia rileggerci un po’ di poesia dialettale.

Nella biografia che linko qui sotto si legge:

la poesia dialettale assume grazie agli stilemi da lui introdotti

grande dignità e la nuova dialettalità assurge a lingua della poesia

senza più distinzioni né categorizzazioni.

 

Si parla di Antonio (Tonino) Guerra,

scrittore e sceneggiatore che ha iniziato

il proprio percorso artistico scrivendo poesie

nella lingua della sua terra, Santarcangelo di Romagna,

mentre era prigioniero

nel lager di Troisdorf in Germania.

 

Scelgo una composizione epigrammatica

che condensa in pochi tratti un personaggio,

il matto del paese, Sivio e’ matt

come indica il titolo,

e lo coglie in un’efficace deformazione espressionistica:

 

Quand che parlèva,

e’ parlèva ad scatt,

tott un brandèll

da in chèva fina i pi,

se brètt cun la visira arvólta indri,

che l’era avstéid da chéursa

Sivio e’ matt.

[da T. Guerra, I bu]

 

in italiano:

 

Quando parlava,

parlava a scatti,

tutto sbrindellato

dalla testa ai piedi,

il berretto con la visiera rovesciata,

perché vestiva da corsa

Silvio il matto.

 

  

 

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Rimembrando

Uno dei primi libri che ho letto è stato Il vecchio e il mare di Hemingway. Era fine estate, una giornata come questa, lo lessi tutto al mattino, poi lo misi sullo scaffale della libreria vuota e lo ripresi la sera stessa dopo cena, da capo.
Da allora ho letto un gran numero di libri, spinto dall’ardore che mi davano le parole dei grandi, trascinato dal bisogno di mettermi in pari con chi conosceva la storia del capitano Achab mentre io potevo raccontare solo quella del capitano Del Piero.
Partii lontano, dall’odio per le materie umanistiche fino all’amore per tutto ciò che è parola, comunicazione, verbale e non, mettendomi personalmente in gioco scrivendo qualche storia. Ho trascorso gli anni, da quell’estate, a studiare e a lavorare nel campo editoriale e grafico fino a decidere di fondare una casa editrice (in società con Miranda Biondi) che ponesse nel suo nome il proprio punto di forza, un manifesto: essere battitori liberi, vedere alla vita come Holden Caulfield vedeva alla sua. Fu così che, tre anni fa, nacque la Giovane Holden Edizioni, editori con il desiderio di instaurare un rapporto diretto con gli autori e, con poche semplici regole e un po’ d’ironia, cercare di fare il proprio meglio per dare voce a quegli autori che voce non hanno.
Holden diceva: Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere, e tutto quel che segue, vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
Mi sarei accontentato anche di un amico immaginario come Hemingway. La sua lotta con il pesce afferma il suo grande orgoglio, un coraggio spropositato, un amore per il mare e una dimostrazione di amicizia, verso l’amico Manolo, che lo aiuterà a sconfiggere le paure e a riportare il pescecane in porto. La preda arriva come scheletro, Santiago torna uomo come forse non lo era mai stato.
Credo stia proprio in questo personaggio uno dei modelli che ho seguito durante l’adolescenza, quando tutto sembrava più pesante e irraggiungibile, quando ancora non avevo capito che la vera forza di una persona, anche di un ragazzo, è non avere mai paura di azzardare, di combattere quando ti danno già per spacciato e di perseguire quello che il cuore, prima ancora della testa, ci urla con insistenza. E se avvertite il bisogno di leggere e scrivere invece che di uscire per pub, tranquilli, non siete diversi dagli altri.

Prima di partire per New York vorrei lasciarvi con le parole di una grande donna, scomparsa ieri, che in mezzo alle parole scritte e pronunciate dei grandi, Pavese suo maestro, Hemingway e Bukowski, ha vissuto la sua vita, tra pubblicazioni, traduzioni, un arresto e una tesi su Moby Dick: Ricordai una lettera di Pavese a Gisella, dove diceva che quando si è innamorati si vuole vedere le fotografie dell’anima da bambina, si vuol sapere se piangeva o no, se dormiva o no, tutto. Ero innamorata io? Mi pareva proprio di sì.

Questo è il mio spazio, questo è il tuo spazio, recitava una famosa battuta del film Dirty Dancing.
Ogni volta che viaggio mi viene in mente questa simpatica frase. Quanto gli spazi che concediamo al prossimo sono diversi da cultura a cultura?
Piccole cose semplici, direi quotidiane, che a noi italiani fanno inorridire o perlomeno ci lasciano perplessi.
Immaginiamo per un attimo una bellissima spiaggia libera, ancora nessun bagnante, solo la musica della risacca delle onde del mare che si infrangono sui ciottoli bianchi e arrotondati.
Scegliamo un posto qualsiasi e sistemiamo il nostro asciugamano.
Ma chi sarà il secondo ad arrivare? Se è un italiano probabilmente sceglierà una posizione il più lontano possibile da noi e il terzo si metterà proprio in mezzo… e così via.
Se però ad arrivare sarà un amico che proviene dai paesi balcanici si sistemerà con molta probabilità, con la sua coperta, vicinissimo a noi… forse per non sprecare spazio o per bisogno di compagnia.
Il fatto è che per loro è normale ma a noi, non so per quale motivo, dà sicuramente un po’ fastidio.
Se poi andiamo a cena nella vicina Austria e tutti i tavoli sono occupati, il cameriere non esiterà a sistemarci al tavolo con altri due commensali, perfettamente sconosciuti.
Dopo la spiaggia e dopo la cena, la domenica andiamo anche a messa, magari negli Stati Uniti. Ecco che all’entrata compare un maestro di cerimonia che ci accompagna al primo posto libero. Ha il compito di riempire le bancate in ordine strettamente sequenziale, corrispondente all’orario di arrivo. Quanti di noi arriverebbero puntuali o in anticipo?
Sempre di spazi si tratta: avete mai sostenuto una conversazione con uno spagnolo? Per me, che amo il contatto umano, è meraviglioso, cura da depressione: non fa altro che toccarti mentre parla, al punto che loro stessi si definiscono tocones, come ho letto recentemente su un articolo.
Non parliamo poi degli ascensori e di come si riempiono in Italia o negli Stati Uniti.
Sono arrivata ad una conclusione, imparare la lingua è solo il primo passo per comunicare con culture diverse, se è vero che la maggior parte delle informazioni passa attraverso il non verbale, bisognerebbe fare un corso di prossimità! Prima del corso però vi propongo un test d’ingresso ;-)

Da uno a dieci, quanto vi viene difficile piazzarvi in spiaggia con il vostro asciugamano appiccicato a quello del vicino e quanto è imbarazzante stare al centro dell’ascensore quando le quattro pareti sono tutte occupate?

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In coerenza con la leggerezza qui promessa a inizio estate, intratteniamoci con la proposta della Lega di tradurre in dialetto le fiction e i varietà della Rai.

«Leggerezza?» direte magari voi. Vi sento già, razza di bacchettoni: «Questa è una cazzata di prim’ordine, che pesa come un macigno rispetto alle frivolezze giornalistiche di queste settimane! Al confronto, l’escorteide e le altre imprese dell’egocrate sono marachelle da oratorio!».
Suuu, daaai, alleggeriamo.

E non prendiamo come idiozia strapaesana ogni uscita del partito che sta tenendo il premier per i gabasisi (o per i maroni, forse preferiscono). Liberiamoci dai pregiudizi. Immaginiamo: Montalbano in siciliano, Capri in napoletano, Nebbie e delitti in emiliano, Gente di mare in calabrese, Cuori rubati in piemontese. Almeno sottotitolati. E poi programmi di intrattenimento, lezioni di cucina, balletti, talk show, in lingue locali.

Forse non lo sa, il ministro Zaia, autore della proposta, che esistono già cose del genere. Youtube ne è pieno: classici come Star Trek, per esempio, doppiati in friulano, in livornese, in calabrese. Sì, è vero, là si voleva solo far ridere; qui invece si fa sul serio. Me li immagino, i traduttori, mentre volgono i dialoghi più appassionati in espressioni vernacolari. Da tenersi la pancia dal ridere. Divertirsi lavorando, il sogno di tutti. E ben pagati, immagino. Per non dire dei doppiatori.

Siccome di questi tempi non c’è da disdegnare alcuna opportunità di lavoro, avanzo la mia candidatura. Padre milanese, madre padovana: sangue lombardo-veneto di razza purissima. Milanese e padovano fluent, scritti e parlati (con facilità nella varianti veronese, vicentino, veneziano; qualche difficoltà, ammetto, sul bellunese, ma piena disponibilità ad approfondimenti; limiti invalicabili su bergamasco e bresciano).

Avanzo anche un testo campione. Dato che è gratis, vado su un classico. Ve la ricordate la lettera di Totò? quella dettata a Peppino, per la Malafemmina. Semmai, una ripassatina qui. Si trovava a Milano, dopo tutto. Un Totò meneghino suonerebbe più o meno così.

Ueh, bela tusa,
nüm sen chi a div, cun chesta chi, che, dumandi scüsa se magari in minga asé, ma setcentmila franc a nüm in minga ball, püsè ammò ’st’an, ch’in mort tücc i vacc, cum le de sicür la sa giamò.
I dané chi ch’inscì servisen par dag, a lé, una cunsulasiun del dispiasè che la pruarà perchè la g’ha de lasà el noster nevud, che i sii, osia nüm, sì, propi nüm, ghe manden che la roba chi, perchè el giuvinot el g’ha de stüdià, el g’ha de ciapas una laura, el g’ha de tegnì el cù int el solit post, osia sura del col.
La salüdi, sa, la staga ben, i fradei Brambila (
dai, Caponi l’è trop terun. n.d.r.), al dì d’incoe.

Grato fin d’ora a chi avesse correzioni da suggerirmi, poi lo ripulisco un po’ e lo invio a Zaia.
Se poi arriva un sacco di lavoro, disponibile a dividerlo con chi mi avrà aiutato.
Hasta la victoria

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«Una stella!…» – «Tre stelle!…» – «Quattro stelle!…»

«Cinque stelle!» – « Non sembra di sognare?…»

Ma ti levasti su quasi ribelle

alla perplessità crepuscolare:

«Scendiamo! È tardi: possono pensare

che noi si faccia cose poco belle…»

 

G.Gozzano

 

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90

- Più o meno i giorni dell’estate, e siamo a metà -

rifletto sotto l’ombrellone

mentre le pagine del quotidiano annaspano

tra il maestralone che scarruffa.

 

90 è numero che all’orecchio suona affabile,

eppure nelle polirematiche a pensarci bene

c’è solo stronzio 90 che, certo, è evocativo,

ma troppo tecnico per essere responsabile

della familiarità del numero.

 

Già, ma 90 sono i minuti regolamentari

della durata di una partita di calcio, signori,

e il calcio in Italia è come la mamma, forse ecco la chiave.

E poi 90 sono i numeri della tombola,

alzi la mano chi non ha mai giocato a tombola.

O al lotto, perché 90 sono anche i numeri del lotto,

senza contare che nella Smorfia

il numero 90 mica è poco: la paura fa novanta.

 

Penso e leggo, un refrain mi risuona in testa:

I am the eye in the sky/looking at you/

I can read your mind
I am the maker of rules/Dealing with fools
I can cheat you blind…
buffo, perché Eye in the sky un tempo non mi risultava così

inquietante.

 

Un tempo, ma ora? Ora sarà colpa dell’informazione, ti ripetono,

sì, e guardi il giornale, e la tassa sull’oro,

e le tangenti, e la vita privata, e le servitù Rai,

e gli inni regionali, e la Ru486…

e la servitù, la servitù, la servitù ().

Ecco, ora che mi viene in mente, 90

sono anche i gradi di un angolo retto.

Appunto. Italia a 90.

 

 

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«[...] Si danno degli spasmi clonici del diaframma,

in numero di solito di circa 18 e delle contrazioni

della maggior parte dei muscoli facciali.

 

[...] Il tronco viene raddrizzato

fino al punto da cominciare a piegarsi all’indietro, finché

l’affaticamento penoso del diaframma e dei muscoli addominali accessori

causa una marcata flessione del tronco

che porta sollievo.

 

[...] Nei casi più notevoli gli occhi sporgono in avanti

e si attivano le ghiandole lacrimali,

di solito fino al punto di causare un brillamento degli occhi,

ma spesso a tale misura che le lacrime traboccano

dai loro canali…»

 

Mica è l’acme di un malanno

(ci si spertichi negli scongiuri del caso)

o piuttosto di un amplesso flessuoso,

ma la descrizione che,

in “The nature of the smile and laugh*“,

G.Dearborn nel 1900 fa del ridere.

 

:-D

 

Come altre volte,

buone vacanze.

 

 

* traduzione italiana in F.Lambruschi, N.Serio, N.Garcea, Scuola e umorismo. 

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Chi ha coraggio di ridere è padrone del mondo

G.Leopardi

 

Il riso è una grave infermità della natura umana,

che ogni essere pensante dovrà saper vincere

T.Hobbes

 

Ridere significa essere maligni con tranquilla coscienza

F.Nietzsche

   

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Ne ho scritto altre volte,

ma quest’anno è diverso:

Viareggio è ancora ferita per il dolore

del 29 giugno, eppure il Festival Gaber

sa entrare in consonanza.

Lo stile, del resto, è quello della pensosa sobrietà

del suo ispiratore.

 

Ne torno ora, dal Festival,

nutrita di parole e musica,

e grata per la pudica dimestichezza con cui gli artisti

chiamati a ricordare Giorgio Gaber ci regalano un sorriso,

un’attenzione, un’idea di futuro

che si fa strada nella complessità delle relazioni umane,

tanto più complesse quando affiancate dal dolore.

 

Un’idea di futuro, l’emozione del presente.

 

 

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Da qualche giorno su tutti i giornali e le tv si sente parlare del primo atterraggio sulla Luna: i filmati sanno di antico, il bianco e nero ci porta a vedere questa impresa lontana nel tempo, qualcosa che molti giovani non hanno vissuto direttamente. Quelle immagini sono le stesse che abbiamo trovato sui libri scolastici, e che in qualche modo hanno fatto sognare molti di noi.300px-aldrin_apollo_11

Quell’ impresa è affascinante anche dal punto di vista tecnologico, molto di quello che ci circonda oggi le è legato: quella che all’epoca era tecnologia sperimentale, oggi è alla portata di tutti.
Se pensiamo ai calcolatori di bordo, rabbrividiamo: avevano capacità di calcolo inferiori a quelle di un telefonino medio.

Fu veramente impresa eroica, e tanti di noi sono ingegneri perché affascinati da quel risultato. Davvero “un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”.

tempo di viaggi

Ebbene si, lo ammetto ci sono cose di cui, quando viaggio, non riesco proprio a fare a meno!
Mentre tutti si affrettano a riempire valigie di ogni genere di prima necessità, io di solito svuoto, svuoto tutto:i miei pregiudizi, le abitudini, le aspettative e quando ho fatto abbastanza spazio sono pronta per il mio tuffo nella cultura negli usi e nei costumi del posto che mi ospiterà.
Non ha importanza se si tratta di una meta a pochi chilometri o di un posto ai confini del mondo.
Le mie tappe fisse,sono mercati e supermercati, luoghi di aggregazione, trasporti locali e …i bagni pubblici. Mi affascina scoprire cosa ci rende così simili e così meravigliosamente diversi.
Avete voglia di iniziare un piccolo percorso tra le mie mete preferite? ;-)
Allora partiamo insieme dai mercati e supermercati!

Ancora mi emoziona ripensare a Palermo e al suo mercato:
colori, rumori, sapori e profumi forti penetranti, gente comune, uomini e donne che si incontrano e che contrattano davanti a frutta e verdura dalle forme naturali. Tutto ha una dimensione umana, all’apparenza confusionaria ma, se ti fermi ad osservare per qualche minuto, scopri l’ordine preciso delle cose, del cerimoniale d’acquisto e di vendita. Il tempo che la gente dedica ai propri acquisti è la chiave dell’armonia che regna su questo mercato. È un momento forte, le compere non sono fatte in modo distratto, c’è quasi una perizia scientifica nello scegliere l’anguria che suona meglio, il pomodoro che sembra meno duro e la verdura di primo taglio. Le stagioni scorrono sui banconi del mercato.
Gli assaggi non si lesinano. Ogni articolo è testato dai palati sopraffini delle casalinghe alla ricerca della migliore offerta. Una moltitudine di gente che parla a una quantità di decibel enorme, si sposta con casse, carretti, borse e bambini che corrono tra una bancarella e l’altra.
Sembra quasi una magia. Il tempo sospende il suo frenetico correre e la spesa diventa un momento di socializzazione meraviglioso. E se non sei del posto? Nessun problema, ti senti subito accolta e le persone sono pronte a darti tanti buoni consigli su come preparare le cicorelle o i carciofi….
Mentre sono immersa in quest’atmosfera che accarezza tutti i miei sensi mi viene in mente il supermega fanta store del New Jersey – reparto frutta e verdura. Assomiglia più a un museo, anzi no, ad una sala operatoria completamente sterile. Guanti per garantire la ‘non contaminazione’. Un unico odore tipico di tutti i reparti del supermercato: quello del disinfettante che usano per lavare i pavimenti. I pomodori, esposti in ‘serie limitata’, sembrano pezzi da collezione. La verdura è già lavata tagliata impacchettata in porzioni modulari per single e famiglie numerose.
Le luci, vagamente assomiglianti quelle del tavolo operatorio, illuminano la verdura del mese. Assortimento completo tutto l’anno: poco gusto ma forme perfette.
A Dublino la frutta e la verdura viene venduta al pezzo e non al peso.
Per noi è veramente inconsueto redigere la lista della spesa. Fragole e ciliegie vengono vendute per le vie del centro come un dessert da passeggio. Le donne allestiscono improvvisate bancarelle ricavate da scocche di vecchie carrozzelle e vendono scatole di frutti rossi a peso d’oro.
In Croazia, i mercati di frutta e verdura sono allestiti su barche che arrivano in porto con ogni tempo e in barba al mal di mare riescono a venderti dei peperoni (paprike) di colore improbabile ma di un gusto strepitoso.
La gioia dei ragazzini sono le giornate di vento quando il mare mosso ostacola l’incasso che spesso cade in mare.
Quando il mercato… salpa i ragazzini si tuffano per recuperare il prezioso bottino.
Germania e Austria sono specializzate nei prodotti bio coltivati nell’orto di casa. Sono le uniche due nazioni dove ho trovato in vendita la spazzola bio per pulire la verdura bio per non contaminarla con l’acqua (peraltro purissima) che toglierebbe apporto vitaminico al vegetale.
In Africa, ad Alessandria i colori della frutta si confondono con il blu, il nero e l’azzurro dei burka delle donne che attraverso una grata fittissima, riescono comunque a scegliere il prodotto migliore.
Spesso mosche, api o vespe si appoggiano per succhiare il nettare dolce della frutta zuccherina cresciuta con scarsità d’acqua.
In Spagna è divertentissimo andare al mercato. Credo che sia il paese di congiunzione tra l’Europa e i Tropici. Frutta di colore fluo e di forme mai viste accompagnano zucchine, cipolle, verdure che hanno il sapore di casa nostra.
L’inventiva è insita nel popolo ispanico e così le bancarelle fanno a gara per vincere il premio delle più colorate, ordinate, innovative. I turisti alcune volte comprano ma più spesso fotografano. Si lasciano tentare giusto solo dai frullati di frutta fresca e ghiaccio offerti in bicchieri trasparenti e appoggiati in rigorosa scala cromatica sul passaggio principale. Non è insolito che nei mercati spagnoli si organizzino corsi di cucina. Un modo alternativo per far amicizia e per imparare la lingua e ….il palato .

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Sfogliando qualche giorno fa un Almanacco dei libri
mi c’è cascato l’occhio.
Parlo di un titolo,
Si ringrazia per le amorevoli cure prestate
(sottotitolo: Medici malattie malesseri).

 

È l’ultimo saggio di Stefano Lorenzetto
recensito su «Repubblica», e lì introdotto
da una constatazione che è anche un invito:
Saper scherzare su medici e malati.

In effetti, dal titolo evinci forse umorismo, ironia, motteggio,
con quella formula di apertura impersonale,
quelle amorevoli (spontaneo chiederti se sia proprio amore, o altro),
e quel prestate che – per carità – in italiano non fa una piega,
ma ti viene in mente ora: se ti prestan le cure
vuol dire che poi ti toccherà renderle?

 

Quindi leggi la scheda, la prefazione del libro,
e fai un passo indietro: c’è umorismo?
ci può essere nella serietà della materia trattata?
Certo, per saperlo il libro va letto.

Ma ce lo chiediamo da tempo anche noi della Palestra
e – ammetto – non ho mica risposte.

 

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Tra breve, a Milano, John Grinder,

Carmen Bostic St. Clair, Andrea Frausin

terranno un percorso formativo di sicuro interesse

per manager, imprenditori, aspiranti coach di eccellenza.

I moduli partono a fine agosto.

 

Per ulteriori informazioni >>

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A.S.: La seguente “Ode” è stata dedicata ad una imprenditrice. Ramo caseario. Non c’è nulla di inventato.

 

Forse non è poesia, probabilmente non è umorismo, sicuramente è servita per sdrammatizzare (per “alleggerire” direbbe Rino Cerritelli) una situazione reale verificatasi durante un controllo presso una grande azienda internazionale (e pure italiana, se no Catullo che ci stava a rimembrare???).

 

Di più. La situazione era veramente drammatica e, dopo l’Ode, la signora ha deciso che la via migliore da  percorrere era quella di spiegare, chiedere chiarimenti, darne e……………il resto è storia giudiziaria ma è anche tutto vero.

 

 

 

 

Che fai!? (Ode alla signora del formaggio)

 

 

Odi, oppure ami?

Ascolti oppure peschi?

Lanci oppure adeschi?

Noti oppure  suoni?

Baci oppure canti?

Assegni oppure doni?

(Che storia.)

 

Non capisci!

Il soldo non è di cacio,  non puzza.

 

Odora sempre, Ora – non  prega – più che mai.

Mario

 

Il carisma è di moda:

proprio la parola, intendo,

ché sul significato bisogna forse metterci d’accordo.

Per etimo designa il dono risultato della grazia divina (kháris),

un favore di Dio ai credenti, termine usato un tempo in ambito ecclesiale.

Poi si propaga, estende il suo significato,

e l’effetto è del piffero:  

proprio alla lettera, con quel richiamarti in mente il pifferaio magico,

e i topetti ipnotizzati dietro, e poi i bambini.

Mica una bella immagine, a pensarci bene,

che infatti porta con sé, per strani cortocircuiti di pensiero,

qualcosa di luciferino.

 

Ci pensavo l’altro giorno nel leggere

il commento di Ezio al post di Federica,

che proprio a un testo sul carisma è dedicato.

Ci pensavo anche ieri nel leggere

sul sito Treccani un aggiornamento intitolato

Il populismo, tra carisma e tv:

 

Nell’epoca dei mezzi di comunicazione di massa,

il filtro della discussione pubblica è lentamente ma inesorabilmente

venuto sempre meno. La televisione non è più solo strumento

della comunicazione politica ma anche luogo stesso dove la politica

viene messa in scena e addomesticata.

È accaduto nei primi decenni del XX secolo con la radio

(il primo fu Hitler a capirne la potenza del messaggio)

e la tv ha chiuso il cerchio.

 

L’agghiacciante (poiché pertinente) richiamo a Hitler,

mi veicola un altro link:

sono versi tratti da La primavera hitleriana, di Eugenio Montale,

poesia che  interpreta l’incontro tra Mussolini e Hitler a Firenze

 

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale

tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso

e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,

[...]

la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue

s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,

di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere

le sponde e più nessuno è incolpevole.

 

Più nessuno è incolpevole:

né evoluti topi, né evoluti pifferi.

 

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